La Discesa dei Candelieri è una festa che ha conservato per molti secoli i suoi principali aspetti, come si ricava da un confronto con le pur scarse fonti documentarie.
Le testimonianze letterarie si fanno più fitte nel secolo XIX, nel corso del quale storici, scrittori e viaggiatori hanno descritto le principali fasi della festa. Dalla lettura di questi testi si può osservare come la Faradda e specialmente il suo contorno siano lentamente cambiati.
La festa di Mezz’Agosto anzitutto rappresentava in passato come la più grande solennità cittadina. Perciò vi si partecipava con l’abito di gala, e anche il Corso Vittorio Emanuele era addobbato per l’occasione, come in parte accade ancora oggi. La festa richiamava in città molti abitanti dei paesi e anche, secondo un osservatore dell’epoca, «centinaia di popolani della vicina Corsica». Non c’era ancora, però, il bagno di folla che si vede oggi.
Vittorio Angius, che nei primi decenni del secolo XIX compilò la voce Sassari per il Dizionario Geografico e Storico del Regno di Sardegna descriveva così la processione:
«Quando questa processione è già ben spiegata dalla chiesa di s. Catterina in giù per la piazza, allora si ha un colpo d’occhio magnifico, nelle due file delle case, che fiancheggiano la strada, e nelle finestre, parate di splendidi tappeti, e gremite di gente, dove sono in primo ordine le donne messe in gala; nella strada tutta stivata di spettatori, dove però è aperto abbastanza di spazio al passaggio de’ candelieri sostenuti da facchini, i quali si ricambiano; e nel gran numero dei nastri, che sono tenuti dai membri delle arti avanti e dopo il candeliere, altri più, altri men distesi, e fanno coi loro molteplici colori una sorta di vaghissima irradiazione».
Ciò che colpiva di più gli osservatori era poi la fase finale della festa, nell’area intorno alla chiesa di Santa Maria. La manifestazione aveva delle somiglianze evidenti con le altre feste popolari dell’isola, sia per la presenza di suonatori e di bancarelle di ogni genere, sia perché vi si ballava il ballo sardo.
Riprendiamo ancora un brano dell’Angius:
«Quando il popolo che già riempiva la città, sia tutto radunato intorno a questa chiesa, può un forestiero formarsi una giusta idea di quello che sono le grandi feste popolari della Sardegna, e ammirare le danze e udire i canti che si prolungano alle tarde ore della notte, e si protraevano anche più in altri tempi».
Agli inizi del Novecento il quadro non era cambiato, quando un folclorista, collaboratore dell’Archivio Storico per le Tradizioni Popolari, scriveva (era l’anno 1902):
«Su d’un vasto prato trovasi dinanzi la chiesa, ove la processione va a sciogliersi, i venditori ambulanti numerosissimi assordano la gente che accorre per assistere alla cerimonia solenne della benedizione. Terminata la funzione religiosa, comincia il baccanale ed al suono delle musiche, di tamburinu, pifferi, ecc., tutti i popolani si abbandonano alla danza prima ed alla crapula poi».
Qualche particolare vivace viene aggiunto da Gino Bottiglioni, che si trovava a Sassari negli anni ’20:
«Finite tutte queste cerimonie, la folla si riversa sulla piazzetta a mangiare lu coccoidu a pienu e a divertirsi fino a sera, in cui si sparano i mortaretti (li mizitti) e si intrecciano le danze in mezzo all’allegria più schietta e più rumorosa».
Le fonti concordano anche nel descrivere nel piazzale di Santa Maria un grande banchetto (la famosa “merenda”).
Mentre il popolo era impegnato nei balli, infatti, le autorità cittadine facevano una lauta cena sotto un padiglione. Pasquale Tola ci ricorda che nello spiazzo della chiesa veniva allestita «una tenda piramidale coperta di ricchi drappi, e di magnifiche seterie, e contornata di frange d’oro e d’argento con vario ed isquisito disegno. Sotto questa tende era imbandita una mensa per il Corpo Municipale, il quale con le sue toghe consolari e con incipriatissime parrucche, vi si assediava all’intorno».
Nel frattempo «il popolo circostante baldoriava, al lume di infinite fiaccole pendenti dagli alberi dei diversi viali intrecciava al gradito suono delle zampogne il ballo tradizionale».
Un altro elemento importante della festa di Mezz’Agosto era la corsa dei cavalli, che si svolgeva lungo il Corso Vittorio Emanuele, nella giornata del 15, analogamente a quanto avveniva in altri paesi sardi. La posta del Palio, come scrive l’Angius, erano quattro pezze di broccato, che venivano esposte alle finestre del Palazzo di città.
Vi concorrevano cavalieri provenienti da molte località, anche lontane, e per tradizione vi prendeva parte anche il Sindaco.